💻 Il movimento No Code

Creare, distribuire e monetizzare contenuti, prodotti e servizi online è diventato estremamente facile ed accessibile per tutti.

Ma un piccolo freno c’è stato, almeno fino a poco tempo fa: la programmazione è ancora per pochi. Saper programmare è come leggere uno spartito musicale o comprendere e parlare in un idioma straniero: per poterlo fare, occorre conoscere un nuovo tipo di linguaggio, un codice controintuitivo, modellare una nuova forma mentis, e per poterlo padroneggiare è necessaria costanza, tanta dedizione e tempo. Solo negli ultimi anni le istituzioni scolastiche hanno iniziato ad introdurre programmi educativi e percorsi che insegnino i rudimenti della programmazione anche ai più piccoli.

Ultimamente però sono emersi strumenti che consentono di creare software e applicazioni da zero, from scratch, in modo semplice ed intuitivo, come se si stesse modificando un documento Word o un file Excel. Se volessimo menzionare quello che scrisse l’investitore americano Marc Andreessen nel 2011: “i software mangeranno il mondo”. Ed è la pura verità, il software sta invadendo tutti i settori delle nostre attività. Ora però, a mangiare il mondo, saranno anche gli strumenti no code, che stanno democratizzando la creazione di prodotti e servizi digitali con tassi di crescita sempre più alti.

Infatti, il market share delle applicazioni no code, prevede di raggiungere i 46 miliardi di dollari nel 2023, con un incremento medio annuo del 43%.

Ma cos’è il no code?

Gli strumenti no code permettono di creare applicazioni o siti web tramite interfacce grafiche, senza necessità di scrivere codice. Uno dei pionieri fu senza dubbio Microsoft Excel, lanciato nel 1985. Preistoria informatica. Qualche anno dopo fu il turno di Dreamweaver, che sostituiva i linguaggi HTML, CSS e Javascript con funzioni drag & drop.

A metà degli anni 2000, iniziarono ad emergere poi ancor più strumenti che richiedevano poca o alcuna conoscenza di coding: WordPress nel 2001, Squarespace nel 2004, Wix nel 2006. La promessa di questi Content Management Systems (CMS) è semplice: creare siti web grazie a elementi visivi, denominati WYSIWYG (what you see is what you get) facili e veloci da usare. E la diffusione è stata inarrestabile: al momento WordPress è la spina dorsale del 60% dei siti web mondiali.

Le richerche per “no code” su Google

In un epoca in cui tutto è digital, iper-connesso e smart era inevitabile si venisse a creare una crescente domanda di questo tipo di strumenti. Anche a causa di una persistente carenza di sviluppatori. Secondo DAXX, i 23 milioni di sviluppatori del 2018 diventeranno circa 45 milioni nel 2030. Ancora pochini rispetto alle necessità del mondo del lavoro.

Un’altra ragione dell’esplosione del fenomeno no code è l’aumento della produttività e della riduzione del time-to-market per diversi progetti. Se un senior developer sta lavorando su un lavoro importante, non c’è bisogno di caricarlo con ulteriori compiti che possono essere implementati utilizzando strumenti no code da altre divisioni aziendali. Questo è un beneficio ancora troppo spesso sottovalutato.

La mancanza di una reale domanda per il prodotto, l’assenza di traction e l’eccessivo tempo speso sullo sviluppo del prodotto porta addirittura alcune startup a fallire ancora prima di iniziare. Con un prototipo realizzato con strumenti no code, si è in grado di testare il mercato con un minimum viable project in tempi decisamente più rapidi.

Ma il vero motivo della capillare diffusione del no code è che tutti hanno ora la libertà di lanciare il proprio progetto autonomamente e con limitate skill informatiche. Ora è per tutti creare un blog e trasformarlo in un prodotto editoriale di qualità, creare un’app o lanciare una startup con una semplice landing page senza mai dover far ricorso a linguaggi di programmazione eccessivamente complicati.

Non serve reinventare la ruota: la giusta combinazione di strumenti è sufficiente per avviare e gestire un business online efficiente e del tutto automatizzato. Ma attenzione: il no code è certamente più immediato da usare ma non è semplicistico. Sebbene padroneggiare uno strumento no code sia più veloce che imparare Ruby, Python o Javascript, la curva di apprendimento può essere comunque notevole. Infatti, alcuni di questi strumenti sono densi di funzionalità, anche se con un livello di complessità accessibile ai più.

Non è un caso che anche aziende tecnologiche di grido facciano uso di strumenti di questo tipo per determinate funzioni aziendali. Airtable, una piattaforma che combina i vantaggi di Excel con quelli della gestione dei database viene, ad esempio, sfruttata da Netflix per gestire i suoi processi di distribuzione.

Il panorama è in continua evoluzione ed esiste un tool no code per qualsiasi necessità: come creare un sito web basato sui contenuti, reattivo e bello esteticamente utilizzando Webflow, Squarespace, Carrd, Wix o Weebly, aprire un e-commerce con Shopify, sviluppare un bot per Messenger alimentato da Octane AI o Kore, un’app per il web avanzata con Bubble, Bildr o Adalo, una mobile con Thunkable o Kodika e una vocale con Voiceflow, automatizzare dei processi ripetitivi con Zapier, Integromat, Tray, Parabola o Airtable, gestire newsletter a pagamento con Substack o Revue o una community con Memberstack o MightyNetworks, creare esperienze AR/VR/3D nel browser con Naker o Spline, lanciare un marketplace di prodotti o servizi con Sharetribe, creare una rivista online su Readymag, trasformare un foglio di Google in un sito web con Glide e impostare dashboard e strumenti interni grazie a Retool. E la lista potrebbe continuare all’infinito..

Sviluppare applicativi legati all’intelligenza artificiale e machine learning senza conoscere il codice è altrettanto accessibile. Vedi Obviously.ai, Nocodez o Lobe.

Esistono inoltre marketplace come MakerPad o ZeroQode dove è possibile acquistare template che replicano le funzionalità di celebri siti come AirBnb, Facebook o Amazon utilizzando esclusivamente strumenti no code.

La carenza di sviluppatori e le crescenti sfide legate all’innovazione stanno avendo un forte impatto anche sulla capacità delle aziende di fornirsi di livelli crescenti di automazione in modo rapido e affidabile. In risposta, gli sviluppatori di piattaforme applicative low code (che sfruttano ancora il codice ma per task più semplici e con moduli prestabiliti) hanno migliorato la facilità con cui i processi aziendali possono essere eseguiti, fornendo strumenti più immediati per i team di sviluppatori meno specializzati, come definito nel Gartner Magic Quadrant of Low Code.

Ad esempio SalesForce Lightning o Outsystems consentono ai loro dipendenti di creare strumenti interni su misura e adattati alle loro esigenze, aumentando la produttività in modo esponenziale. Entro il 2024, il 65% di questi processi aziendali sarà supportato da strumenti low code.

Conclusione

Più strumenti no code, più creators. L’equazione è semplice. Lo sviluppo di prodotti web e mobile non è più di esclusiva pertinenza degli sviluppatori: ora è il momento del Citizen Development.

Con la crescente democratizzazione degli strumenti di creazione, anche il linguaggio di programmazione stesso diventa meno importante. Il focus si sposterà sempre più su idea, esecuzione, design e UX.

Chiaro, la programmazione non diventerà obsoleta. Anche perché per creare le piattaforme no code serviranno ancora i programmatori, almeno finché la GPT-3 non riuscirà a generare software in modo autonomo.

Ma con la giusta strategia, le due filosofie potranno convivere serenamente ed integrarsi l’un l’altra.

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