Cosa sono i social token, aka investire in “pezzi” di persone.


Ben ritrovat*!

vedo che c’è sempre più curiosità, in Italia, per quel che riguarda il futuro di Internet: il web3, NFT, DAO, DeFi ed il mondo crypto in generale. Cercherò di trattare più approfonditamente questi temi in un progetto parallelo (a pagamento) condividendo con te tutto quello che so, dal punto di vista di un marketer, e quello che ritengo sia necessario conoscere per restare al passo coi tempi.

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Antonio

Cosa sono i social token, aka investire in “pezzi” di persone.

Sempre più persone hanno iniziato a costruire il proprio pubblico, con ottimi podcast, forum, canali Youtube, account Instagram o TikTok. In tanti vivono dignitosamente, ma in misura maggiore restano anonimi o riescono a raggiungere solo pochi follower. Ma tutti hanno una cosa in comune: dipendono da strumenti che fungono da intermediari con le loro community, il che rende precario il loro status, in un modo o nell’altro (di Platform Risk ne avevo già parlato qui).

La vita dei creator finisce, quindi, per assomigliare al rapporto tra schiavo e padrone. D’altronde ogni social network ha definito un insieme di regole che può decidere chi proiettare in cima ai feed e chi invece relegare al più totale anonimato.

Questa è la roulette russa del web2: la viralità artificiale sviluppata dalle piattaforme può portare alla ribalta un utente dall’oggi al domani. Ma può verificarsi anche il contrario: basta un piccolo glitch nell’algoritmo perché un creator perda tre quarti del proprio pubblico e, conseguentemente, del proprio reddito. Blocco del profilo, shadowban e censure spesso immotivate rendono il percorso di tanti utenti sempre più tortuoso.

Come diretta conseguenza della dittatura dei social network, anche il burnout (creativo e fisico) diventa ancor più preoccupante: che siano influencer affermati o meno conosciuti, la corsa alla creazione di contenuti, combinata alla strenua ricerca di risultati economici e le interazioni con il proprio pubblico, può portare a situazioni non particolarmente piacevoli.

Come riassume The Verge in un’interessante indagine sugli effetti dannosi di YouTube sui suoi utenti:

Guadagnarsi da vivere come YouTuber non è facile: i video richiedono molto tempo e molti creator amano gestire da soli ogni aspetto della produzione. E poiché il prodotto non è semplicemente il filmato in sé, ma anche tutto quello che c’è dietro, non è più sufficiente creare un video avvincente, ma serve molto di più. Tutto pare essere una nuova forma di sfruttamento, dove le piattaforme sono i nuovi padroni mentre i creator sono diventati gli schiavi 2.0.

C’è però un modo di fuggire da questa snervante corsa del criceto? Sì, il web3 è uno di questi. La possibilità di investire nelle persone, come se fossero frazioni di azioni, potrebbe diventare un modo suggestivo per cambiare rotta e restituire a creator e influencer l’indipendenza economica a cui aspirano. La possibilità di monetizzare i propri contenuti senza essere costantemente vessati dalle piattaforme non è più utopia. Il concetto di self made man viene superato da quello della ownership economy, che traduce gli sforzi dei creatori in successo reale.

Il problema della Creator Economy è infatti sempre stato il non aver dato loro la possibilità di possedere ciò che hanno contribuito a creare. Il valore apportato alla propria community viene ricompensato solo di rado. Il che fa specie, dal momento che i fan sono il loro più grande patrimonio, proprio come i rider sono quello delle app di delivery. Se le piattaforme hanno permesso ai creatori di costruire un pubblico, una comunità, un modello di distribuzione unidirezionale, il web3 rende possibile condividere il valore creato da questa comunità in modo più meritocratico.

[tweet https://twitter.com/levelsio/status/1453712519919403016]

E la soluzione potrebbe essere rappresentata, appunto, dai social token: asset digitali che conferiscono un valore alla reputazione di un individuo o di un’intera community. Inoltre, i token non sono ad esclusivo beneficio dei creator, ma anche dei fan che possono beneficiare della loro crescita, e possedere un pezzo simbolico del loro brand. Chi fa contenuti, non si prende più le briciole, ma l’intero introito.

Ad esempio, il promettente cestista universitario Jaylen Clark ha deciso di lanciare una sua criptovaluta ($JROCK) che consentirà ai suoi fan di ottenere accesso speciale a eventi, biglietti e merchandising. I suoi token, diversamente dagli NFT, sono fungibili, quindi scambiabili e si possono apprezzare o deprezzare nel tempo in base alle sue prestazioni, proprio come i risultati delle aziende quotate sul mercato azionario. Se avessi investito in un social token di Anderson Paak nel 2016 quando in pochi ancora conoscevano la sua musica, ora avrei ottenuto un guadagno considerevole, e contribuito alla sua crescita, non solo artistica. E se avessi acquistato un token dei Måneskin quando, ancora imberbi, calcavano il palco di X Factor? Ma la stessa strategia potrebbe essere applicata in futuro anche a promettenti youtuber, TikToker così come a giovani promesse del calcio o di qualsiasi altro sport. E magari pure a studenti o, ehm, scrittori di newsletter.

È questa l’idea che sta alla base di HumanIPO. Sì, in questo caso investire nelle persone non è solo in senso figurato, ma assolutamente reale: 

“Compra, vendi e riscatta capitale umano garantito dal tempo”. 

L’offerta di HumanIPO, infatti, era inizialmente basata sulla monetizzazione e valorizzazione nel tempo delle persone ad alto potenziale, operato su un modello di tariffazione oraria. Gli utenti (investitori) potevano scommettere sul successo di una personalità di spicco comprando le loro ore di lavoro (che fungevano da azioni). Anni dopo, la tariffa oraria di questa persona sarebbe cresciuta di valore, aumentando così i profitti degli investitori. La promessa della startup americana era ambiziosa: i founder infatti promettevano risultati tre volte superiori all’S&P500 (punto di riferimento dei mercati azionari statunitensi).

Ambizioso o delirante, lascio giudicare a te. Un anno dopo, HumanIPO ha però fatto un vero e proprio restyling sulla sua homepage ed ha completamente ridisegnato la sua brand proposition, per adattarsi meglio ai trend attuali. Dalla mera speculazione finanziaria, la piattaforma è ora focalizzata su una promessa molto più tangibile: quella di supportare i creator ed aiutarli a stabilire un rapporto diretto con le loro community lasciando che queste ultime investano su di loro.  

E promessa simile è anche quella di Rally, per community di creativi, o BitClout, che condivide molte delle primissime idee di business di HumanIPO. Anche in questo caso è possibile acquistare azioni di persone, il più delle volte personalità ben note in ambito sportivo, culturale ed imprenditoriale (ma che forse non hanno poi così tanta necessità di monetizzazione).

La stessa NewNew, piattaforma che si definisce come un vero e proprio mercato azionario umano, consente ai fan di acquistare il privilegio di decidere le sorti dei propri idoli. Un TrumanShow rivisitato, e non è una sorpresa che questi tipi di progetti abbiano così successo. Basti pensare al fenomeno Chipchan, la quarantenne coreana che, qualche anno fa, si faceva riprendere per ore durante il sonno in cambio di donazioni una tantum.

Il futuro però sembra essere più roseo. Prendiamo Braintrust, una piattaforma che collega freelancer e aziende, come Upwork o Fiverr. La particolarità è che Braintrust, a differenza delle altre, non trattiene commissioni sui profitti degli utenti. Anzi, se questi invitano nuovi talenti o altri potenziali clienti, vengono premiati in BTRST, una criptovaluta che conferisce loro potere decisionale sull’evoluzione della piattaforma stessa.

Un discorso simile si può fare per Mirror, autoproclamatosi come il primo programma di scrittura decentralizzata: attraverso una rete di totale proprietà dell’utente e basata sulla blockchain, sta rivoluzionando il modo in cui esprimiamo, condividiamo e monetizziamo i nostri pensieri.

[tweet https://twitter.com/viamirror/status/1351989735191937027]

Insomma, credo che ci troviamo ancora agli inizi dello sviluppo di queste reti basate sulla ownership economy e sulla decentralizzazione. Il modello di social token è molto promettente e fornirà alle aziende ed ai creatori un modo per condividere il successo con i loro fan più affezionati. Tuttavia, è ancora sperimentale e la semplicità d’uso di tali applicazioni lascia tuttora molto a desiderare. Creare e gestire un wallet su Metamask (un portafoglio virtuale) non è immediato, e le gas fees (le tasse strutturali necessarie per scambiare i token sulla blockchain di Ethereum, sono ancora molto alte). Ma come in ogni ciclo di innovazione, vedremo col tempo applicazioni più intuitive e di facile accesso. E sono anche convinto che il web3 potrà garantire una distribuzione sostenibile di ricchezza, capitale e proprietà ad una parte più ampia della popolazione.

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📰 NEWS

  • Un gruppo di ex giocatori di Neopets ha mantenuto vivo il programma col passare degli anni e molti di essi sono tornati a recuperare i loro animali domestici digitali. La nostalgia digitale non risparmia nessuno.
  • Secondo uno studio di Imperva Research Labs, il 57% degli attacchi hacker ai siti e-commerce è arrivato dai bot (rispetto al 33% di altri settori).
  • Substack ha già più di 1 milione di utenti che pagano per leggere le newsletter ospitate sulla piattaforma. A dicembre 2020 ne aveva appena 250.000.
  • Il palazzetto dove giocano i Los Angeles Lakers, sta cambiando nome: sarà rinominato da Staples Center a Crypto.com Arena (prendendolo dal noto exchange di cryptovalute). Mentre il rivale di Crypto.com, FTX, aveva già sborsato, alcuni mesi fa, 135 milioni di dollari per sponsorizzare quello dei Miami Heat. La strada è segnata.

💡 LEARN

  • Alla veneranda età di 39 anni ho scoperto che il simbolo 🏩, che sembrerebbe essere un ospedale, in Giappone (che poi è dove sono nati gli emoji) rappresenta invece un più promiscuo love hotel, e se mandi questo 🖐 ad un pakistano rischi la pelle. Insomma, il significato degli emoji non è lo stesso ovunque nel mondo.
  • Andrea Signorelli, per il Tascabile, si chiede se esisterà mai un’intelligenza artificiale che riuscirà a pensare come un umano.
  • Ana Andjelic analizza la strategia di Zara e come essa si è evoluta nel corso degli ultimi anni. Dal fast fashion amato dal pubblico più giovane al lusso accessibile rivolto ai clienti facoltosi.
  • Come creare una visualizzazione dati che sappia raccontare una storia, e come sfruttare la tecnica Skyscraper per ottenere backlink di qualità ed aumentare l’efficacia della propria strategia SEO.
  • Bonus: una nutrita collezione di growth hacks utilizzati dalle startup più famose al mondo agli inizi delle loro attività, e che hanno come peculiarità il non essere replicabili su larga scala.

📈 TRENDS + STATS

  • Concorrenza a Google: la gara si fa solo per il secondo posto. Ma un nuovo arrivato sul ring minaccia di detronizzare il colosso di Mountain View e la sua quota di mercato del 92%. You.com scommette sulla privacy e su un’interfaccia che funziona per blocchi piuttosto che per liste. Sarà sufficiente per far tremare il gigante? Ne dubito. Tuttavia la nascita di nuovi player il cui modello è sempre più basato sulla responsabilità, la privacy e l’etica è in continuo aumento. E questo è un bene.
  • Le 100 invenzioni più importanti del 2021 per il TIME.
  • Questi sono, secondo Gartner, i 4 principali trend relativi all’intelligenza artificiale che hanno dominato questo 2021. Si prevede che nel 2025 il 70% delle aziende smetterà di concentrarsi sui Big Data e si orienterà prevalentemente su Small Data o Wide Data.
  • Le sette tecnologie che rivoluzioneranno il settore finanziario.

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