🔔 I social della passività

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Qual è la differenza tra Instagram, LinkedIn, TikTok, Snapchat, Twitter e Facebook?

Beh, lascio decidere a voi. Gustatevi questo schemino di Axios:

Quanto tempo passerà ancora prima che piattaforme nate con filosofie così diverse diventino perfettamente intercambiabili? Ad ogni update, si trasformano e diventano qualcosa di completamente differente da quello che erano anche solo pochi mesi prima.

Prendiamo Instagram: dopo anni ad aver allenato la memoria muscolare dei suoi utenti con i tasti della fotocamera e delle notifiche posizionati sulla barra inferiore, le stesse tab vengono sostituite con quelle di Shopping e Reels. Potrebbe sembrare una cattiveria gratuita o la necessità di far rientrare tutte le nuove funzionalità nella stessa schermata in modo armonico.

Ma forse c’è di più. Come per esempio una decisione progettuale che la sviluppatrice di UX Mariana Vargas identifica come una nuova forma di dark pattern.

Il clic accidentale sul pulsante Reels o Shop quando si cercano le funzionalità tradizionali dell’app, potrebbe essere un glitch ingegnerizzato dagli sviluppatori stessi. Anche se Mosseri, Head of Instagram, la pensa diversamente. Non credo sia plausibile credere che nei piani alti dell’azienda non potessero prevedere un simile impatto.

Al contrario, tutti questi update mandano un segnale lampante: Instagram è più interessato al consumo passivo dei contenuti piuttosto che alla creazione attiva da parte dei suoi utenti.

Questa è la stessa logica seguita da TikTok. E Reels non è altro che un semplice copia e incolla del primo.

In questi ultimi, la navigazione sul feed avviene in un unico modo: con lo scorrere del pollice sullo schermo per passare al contenuto successivo. Contenuto che poi decideremo se apprezzare, condividere o skippare. Quest’unica interaction è sufficiente all’algoritmo per decidere se mostrarci altri contenuti simili a quelli che abbiamo visto precedentemente.

È un paradigma diverso da quello al quale ci avevano abituato fino ad ora: su Facebook, Twitter o Instagram ci vengono mostrati profili di persone o brand che abbiamo scelto autonomamente di vedere sul nostro feed. L’algoritmo poi decide quali di questi, grazie alla reach organica, può essere visto da più persone. Su TikTok questa scelta diventa irrilevante. Il vero pilota del feed, non è l’utente ma l’algoritmo di raccomandazione, l’equazione che decide quale video verrà visualizzato successivamente.

In questo il flusso dei contenuti di TikTok diventa molto simile a quello passivo della tv tradizionale dove i programmi si susseguono in modo lineare senza che l’utente possa decidere il palinsesto.

Gli esperimenti di streaming lineare di Netflix, le playlist algoritmiche di Spotify e la funzione di riproduzione unskippable delle pubblicità su YouTube sono altri esempi di funzionalità multimediali volutamente passive.

Insomma, la passività deve essere una vera e propria caratteristica del prodotto. E ci deve spingere a consumare sempre più contenuti, vedere sempre più pubblicità e fare sempre più shopping.

E così all’infinito.

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