LetMeTellIt #15 – Smart Work, Remote Work, WFH, uffici vuoti e riflessioni varie

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Smart Work, Remote Work, WFH, uffici vuoti e riflessioni varie

Lo Smart Working sarà qui per restarci. Get Over It.

Eppure, ai dipendenti manca ancora l’ufficio, come parte integrante delle proprie vite, e ancor di più manca il contatto umano. Nel dettaglio, Small Biz Trends ha analizzato che:

  • al 49% mancano i colleghi;
  • al 44% manca l’interazione personale con i colleghi;
  • al 26% mancano gli incontri di persona;
  • Il 20% dei lavoratori dice di avere difficoltà a “staccare la spina” quando lavora da casa (siamo tutti reperibili h24 dopotutto);
  • Il 14% sente la mancanza delle chiacchierate davanti al distributore di caffè;
  • il 14% rimpiange lo stimolo dell’ambiente d’ufficio (se ti manca anche solo il rumore di fondo puoi andare qui);
  • l’11% si sente solo a lavorare a casa;

Da una parte ci sono le evidenti riduzioni dei costi per le aziende ed i benefici psicologici / economici / di produttività per quelli che possono lavorare da casa. E le metropoli si svuotano. Con buona pace di sindaci e amministrazioni comunali.

Dall’altra, in tanti si domandano se sia il caso di tornare a vivere nelle grandi città, e tutto l’indotto inizia ad interrogarsi sul proprio futuro. Non solo ristorazione e servizi connessi.

Ma di questo se n’è giàparlato fin troppo.

Ma quale potrebbe il destino del mondo del lavoro, delle palazzine ormai deserte e dei grandi centri urbani dopo questi stravolgimenti epocali? Qualche giorno fa ho letto un interessantissimo articolo di Mizio, che mi ha fatto pensare, e che riporto qui per tua comodità:

Sembra trascorsa una vita da quando passando davanti a una qualsiasi agenzia di pubblicità era possibile vedere almeno un paio di finestre illuminate, a qualsiasi ora del giorno e della notte e durante qualsiasi giorno della settimana, sabato e domenica compresi.

E invece sono passati solo 7 mesi.

Solo 7 mesi fa era impossibile immaginare che un settore come quello della comunicazione potesse rinunciare all’abitudine cronica di scambiare l’ufficio come luogo esclusivo in cui passare l’esistenza. Un posto in cui lo straordinario diventava qualcosa di ordinario, mentre una cosa ordinaria come tornare a casa dopo le canoniche otto ore di lavoro era una cosa giudicata da tutti realmente straordinaria.

Ma dove non sono riusciti né la fine dello yuppismo più spinto né la progressiva diminuzione dei compensi nel settore, è riuscita una simpatica pandemia.

Tutte le agenzie di pubblicità si sono fermate a marzo, convertendosi allo smart working (anche se sarebbe più corretto definirlo telelavoro), e le poche che hanno riaperto gli uffici a settembre continuano a contingentare attentamente le presenze in attesa di vedere cosa succederà nei prossimi mesi.

Resta il fatto che dove ieri c’erano enormi open space oggi ci sono tristi empty space, tanto che si potrebbero organizzare dei tour guidati come a Pompei per visitare i posti in cui si celebrava la vita d’agenzia: qui è dove i creativi facevano le due di notte per un pitch creativo contro altre dodici agenzie, qui è dove gli account inoltravano mail per ventiquattr’ore al giorno, qui è dove i junior giocavano a biliardino allungando così di un altro paio d’ore le loro già infinite giornate, qui è dove i manager tiravano strisce per continuare a essere performanti nonostante tutto.

Il lockdown ha costretto ogni settore a cambiare i suoi modelli organizzativi, ma per il nostro ha comportato una vera e propria rivoluzione, perché la maggior parte di noi aveva la ferma convinzione che per ottenere risultati di qualità fosse necessario vivere in agenzia. Ma solo 7 mesi dopo, solo 7 mesi dopo che lavoriamo da casa o da qualsiasi altro posto abbiamo scelto, ci siamo resi conto che non è affatto così: produciamo il lavoro nella stessa quantità e qualità di prima. Che non vuol dire che la qualità dei nostri progetti sia migliorata, ma solo che le nostre modeste campagne non hanno avuto nessuna ulteriore ripercussione negativa.

Ci siamo abituati a lavorare da remoto, trovando gli adeguati supporti tecnologici, ma soprattutto trovando la giusta concentrazione anche in assenza di un capo che passi ogni due ore a romperci le palle. Insomma, nonostante la pandemia abbiamo continuato a rispettare gli impegni e le scadenze.

Ed è una cosa che ci è piaciuta.

Non solo a noi, ma anche ai manager più lungimiranti, quelli stanno iniziando a comprendere il vero potenziale dello smart working e che si sono distinti da quelli che hanno continuato a stressare la gente a ogni ora del giorno e in ogni giorno della settimana, e che hanno approfittato del Covid-19 per risparmiare facendo lavorare le persone anche in cassa integrazione (di questo argomento preferisco non occuparmi; preferirei che se ne occupasse l’Ispettorato del Lavoro).

È impossibile prevedere cosa succederà in futuro, ma è facile immaginare che il tempo delle agenzie di pubblicità come luoghi in cui vivere 24/24 sia finito per sempre. Ogni azienda farà i suoi esperimenti e poi troverà la giusta misura tra lavoro in presenza e lavoro da remoto: arriveremo presto a un vero concetto di smart working.

Tutto bello quindi, tranne per una cosa: cosa succederà a tutti quegli uffici deserti?

Negli ultimi anni le agenzie di pubblicità avevano già subito un’evoluzione (o involuzione): da quando i clienti non hanno più voglia di venire in agenzia ma preferiscono farsi venire a trovare in azienda, molte agenzie hanno mollato il centro di Milano per zone più decentrate.

E per risparmiare sui costi fissi hanno scelto mega-uffici in cui accentrare le varie sigle. Se questa poteva essere una scelta intelligente fino a un anno fa, cosa succederà adesso? Tutti i vantaggi della concentrazione si sono trasformati improvvisamente nell’impossibilità di riuscire a garantire le norme di distanziamento sociale.

Un esempio per tutti: che ne sarà del Campus WPP all’ex Richard Ginori di Milano, pensato per accogliere ben 2.300 dipendenti?

Con la velocità d’azione che lo contraddistingue (d’altronde il suo motto nobiliare è Persistence&Speed), sir Martin Sorrell ha già preso la sua decisione: S4 Capital sta rinegoziando tutti gli affitti e prevede di avere in ogni città un unico building per tutte le sue sigle. Martin Sorrell, di cui potete leggere la biografia non ufficiale e non autorizzata qui, ha deciso quindi di scommettere sulla flessibilità, sicuro che le persone in futuro non vorranno passare più di tre o quattro giorni in ufficio.

Cosa di cui sono convinto anch’io. Così come sono convinto che questi cambiamenti non coinvolgeranno solo i grandi network, ma le agenzie di tutte le misure. Perché non fa differenza che tu abbia lo spazio per dieci, cento o mille dipendenti: a prescindere dal numero degli impiegati, quando i tuoi collaboratori non vogliono più venire in ufficio tutti i giorni, lo spazio si svuota in proporzione.

Quale sia la grandezza della struttura, per le agenzie di pubblicità le possibilità sono due.

La prima è quella di ridurre la metratura degli uffici, magari decentrarli ulteriormente, e organizzarsi affinché le postazioni di lavoro siano flessibili e il personale dotato di strumenti agili (server in cloud, computer portatili…). Risultato: nessuno avrà più la sua scrivania personale ma allo stesso tempo l’agenzia dovrà contribuire alle spese di una vera e propria postazione di lavoro a casa.

La seconda possibilità è quella di conservare i vecchi uffici e sopportare i costi fissi di sempre a fronte di una presenza sempre più esigua di personale, nella speranza che a breve tutto torni alla normalità.

Non sono in grado di fare previsioni, ma se dovessi scommettere punterei sul fatto che la maggior parte delle agenzie opterà per la prima di queste possibilità, riducendo i costi ed eliminando per sempre il concetto di postazione personale.

È l’opzione più semplice e quella più conveniente per tutti.

La seconda possibilità, come tutte le soluzioni che guardano al passato, sembra a prima vista perdente, amenochè qualcuno non sia abbastanza visionario da sfruttare in modo intelligente tutti quegli spazi diventati improvvisamente vuoti.

Come? Se io fossi un visionario te lo direi, ma in realtà ho il limite di immaginarli solo per attività di formazione, conferenze oppure team building.

E tu? Sei più visionario di me? Ti vengono cioè in mente idee brillanti su come si potrebbero sfruttare a breve tutti questi empty space?

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